Un giro alla Fondazione Prada

Milan l’è sempre Milan. Mica vero, tutto l’opposto. Si respira un’aria di forte rinnovamento a Milano. Passata la sbronza dell’Expo 2015,  te ne accorgi da parecchie cose: cantieri un po’ ovunque, edifici nuovi che spuntano come funghi ogni volta che ci torni, mostre, iniziative, spazi recuperati. C’è fermento, Milano vuole diventare un polo d’attrattiva in grado di competere con le più importanti città europee, investendo in settori in grado di richiamare forti flussi economici e umani.

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In quest’ottica si colloca la Fondazione Prada, che apre i battenti in quel di Milano nel 2015 (e a Venezia nel 2011). Riqualificazione di un ex distilleria dei primi del ‘900, il complesso si sviluppa su una superficie totale di 19.000 m2, di cui 11.000 m2 sono utilizzati per le attività espositive, suddivisi in diversi padiglioni dai nomi che riprendono la loro passata funzione.

Non c’è un percorso obbligato, il visitatore può muoversi liberamente tra i vari spazi senza seguire un ordine preciso. Cartina alla mano, mi addentro negli spazi progettati da Rem Koolhaas e il suo OMA Studio. Inizio dall’intrigante Haunted House (La Casa degli spiriti), rivestita di foglia d’oro, dalle aperture suggestive che si affacciano sul contesto che circonda la fondazione.  All’interno, un’installazione permanente con le opere di  Robert Gober e due lavori di Louise Bourgeois. Minimale, forse troppo:  la vista fuori dalla Haunted House a tratti attira più l’attenzione delle opere stesse.

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Proseguo dalla galleria Sud al Deposito, e mi imbatto in uno dei pezzi forti: l’esposizione “Kienholz: Five Car Stud”, a cura di Germano Celant, che riunisce una selezione di opere realizzate da Edward Kienholz e Nancy Reddin Kienholz, tra le quali la storica installazione che dà il titolo a questa parte di mostra. Dopo un percorso con i vari  tableaux, assemblage e sculture di Ed e Nancy Kienholz (tra i quali spicca The Bronze Pinball Machine with Woman Affixed Also, 1980, in cui il corpo di una donna si fonde con quello di un flipper americano, allusione alla donna come oggetto sessuale) arrivi in uno stanzone illuminato solo dai fari di alcune auto. Five Car Stud ti proietta subito in una situazione da incubo, di violenza e alienazione.

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La carica simbolica è potente, e al centro dell’installazione, illuminata dai fasci delle automobili, si apre una scena dove l’odio razziale dei bianchi americani verso le minoranze e le coppie miste ti arriva in faccia come un pugno. Presentata a Kassel nel 1972, in patria non ha ricevuto buoni consensi, dove è stata oggetto anche di atti vandalici. That’s America.

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Vado avanti con la sezione che ospita “L’image volée”: una mostra collettiva curata dall’artista Thomas Demand, ospitata in un ambiente progettato dallo scultore Manfred Pernice. La mostra occupa i livelli galleria Nord e il Cinema.“L’image volée” ha come intento quello di farci riflettere su come l’iconografia del preesistente giochi un ruolo predominate sulla produzione degli artisti. Alterazione, mancanza dell'”oggetto d’arte”, ready-made contemporaneo, “furto d’artista”, come è stato definito da qualcuno.  L’appropriazione dell’idea, il “furto” da parte dell’immagine e le potenzialità creative di questo processo sono la base sulla quale si snoda questa parte di esposizione. Ecco quindi che mi imbatto ad esempio in una denuncia incorniciata da Maurizio Cattelan a seguito di un furto di un’opera immateriale, o Stolen Rug (1969), un tappeto persiano rubato su richiesta di Richard Artschwager per una mostra a Chicago.  Autori come Erin Shirreff e Rudolf Stingel creano le loro opere usando come fonte una riproduzione fotografica di un’opera d’arte del passato. Interessante la parte che indaga la contraffazione e la falsificazione, con le banconote riprodotte di Günter Hopfinger, per poi approfondire le pratiche vicine alla cosiddetta Appropriation Art. In Duchamp Man Ray Portrait (1966) Elaine Sturtevant, la pioniera dell’appropriazionismo, fa suo il ritratto di Marcel Duchamp realizzato da Man Ray, sostituendosi sia all’autore sia al soggetto della fotografia. Meritevoli di attenzione per chi scrive i lavori sull’alterazione di  immagini preesistenti come le défiguration di Asger Jorn. Interessante anche il livello interrato della galleria Nord dove John Baldessari con un’installazione video, Blue Line (Holbein) (1988) filma di nascosto il pubblico in una stanza a fianco, mettendo così in discussione il ruolo  dello spettatore.

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Nella parte sottostante al padiglione Cinema trovo il Processo Grottesco di Thomas Demand. Per realizzare  la fotografia Grotto, Demand ha ricostruito a partire da una cartolina una grotta dell’isola di Maiorca. Con 30 tonnellate di cartone grigio, sagomato al computer stratificato in 900.000 sezioni, l’artista ricrea l’interno della grotta, per poi scattarne una fotografia. Il modello è visibile nella sala adiacente, difficile non rimanerne impressionati.

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Decido di prendermi una pausa al Bar Luce, di fronte alla Haunted House : progettato dal regista Wes Anderson, questo bellissimo luogo di ristoro ricrea l’atmosfera di un tipico caffè della vecchia Milano. L’arredamento è notevolissimo, gli interni sono pensati con cura e gusto, il personale è gentile e l’atmosfera è rilassata. Purtroppo riprendendo a curiosare scopro che due padiglioni sono chiusi per l’allestimento di due mostre che apriranno a breve i battenti: esperienza quindi limitata (ma costo del biglietto uguale).
Nel complesso un bel luogo, da visitare, scoprire e riscoprire. Sullo sfondo si staglia la Torre, edificio-landmark ancora in costruzione che lascia trasparire la volontà della Fondazione di guardare al futuro con curiosità e intraprendenza, lasciando una presenza decisa nel tessuto di questa zona milanese. Sicuramente da tornarci quando anche quest’ultima parte sarà ultimata, per godere appieno di tutte le potenzialità che questo luogo ha da offrire.

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