Basquiat: dolore e celebrazione al MUDEC di Milano

“Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi all’alba per strade di negri in cerca di una siringata rabbiosa di droga.. “

Così scriveva nel suo poema Howl Allen Ginsberg, un grido psichedelico di rabbia e denuncia verso l’ipocrisia e il conformismo dell’America nella metà degli anni ’50. Meno di trent’anni dopo viene allestita la prima personale (a Modena,  nella galleria d’arte Emilio Mazzoli ) di un giovanissimo artista emergente che sembra aver incarnato in toto i versi di quel poema maledetto: Jean-Michel Basquiat.

E’ la fine degli anni ’70. Muore De Chirico, Warhol è all’apogeo della sua carriera, viene coniato il termine Transavanguardia, alla Biennale di Venezia viene lanciata la post-modern, New York sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti politici, economico-sociali. Queste cose sono in qualche modo interconnesse tra loro, sta per cambiare qualcosa e il mercato dell’arte lo fiuta. La cultura underground, dei ghetto-blaster, dei graffiti, esce di prepotenza dagli scantinati e dalle metropolitane, dai vicoli malfamati e maleodoranti e approda nelle gallerie più importanti di Soho.

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Versus Medici, 1982

Basquiat ha 20 anni, è giovane e incazzato,  vuole diventare famoso. Suona in una band, produce cartoline, t-shirt, collage, poesie sotto lo pseudonimo di SAMO (Same Old Shit). Dopo un periodo di iniziale indifferenza la cultura underground inizia ad accorgersi di lui. Vengono scritti articoli su questo giovane artista, i critici intuiscono qualcosa.   Grazie all’incontro e al sodalizio con Annina Nosei nel 1981 arriva (forse, troppo presto) il successo.

Nello scantinato della Nosei dove vivrà fino all’anno successivo, Basquiat trova terreno fertile per far esplodere definitivamente il suo linguaggio creativo. Un neo-espressionismo viscerale, urlato, condito da elementi primitivi, parole cancellate e/o decostruite, colori acidi e forti dichiarano una rabbia esistenziale e di denuncia, ma anche una sensibilità fuori dal comune, un’esistenza tormentata, una personalità complessa ed esuberante. Un linguaggio personalissimo anima le sue tele, pronte per essere fagocitate da un meccanismo di un mercato d’arte drogato (e spietato) generato da enormi guadagni.

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Zydeco, 1984

Nel biennio successivo Bruno Bishofberger diventa il suo agente al posto della Nosei e lo presenta a Warhol. Pubblica un disco di musica rap e fa il dj in diversi club di Manhattan, ha un flirt con Madonna. Produce opere a un ritmo forsennato, ispirato dalla televisione sempre accesa e sintonizzata su canali di cartoon, divora libri in continuazione alla costante ricerca di ispirazioni eterogenee e volutamente frammentarie. Nel 1984 inizia una collaborazione con Mary Boone,  Il New York Magazine punta i riflettori su di lui, iniziano a fioccare personali in tutto il mondo: Basquiat si ritrova le tasche piene di dollari, mentre l’apice del successo coinciderà con l’inizio del suo inesorabile declino. Abusa di ogni genere di droga, ha attacchi psicotici. La sua corona, marchio con il quale firma moltissime delle sue opere, sembra voler quasi esorcizzare la totale mancanza di controllo nella sua vita.

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Andy Warhol, Mark Kostabi, Basquiat

La produzione artistica avanza, lavora instancabilmente nonostante la sua salute peggiori sempre di più. Le Collaborations con Warhol e Francesco Clemente vengono guardate con circospezione dai mercanti (oggi del tutto rivalutate), tanto da far incrinare i rapporti tra Basquiat e il suo “padre adottivo” Andy Warhol. Tra il 1986 e il 1987 conosce un calo di apprezzamento da parte di pubblico e critica. Rompe con i suoi sostenitori e galleristi: è in totale balia della droga. Muore Warhol, Basquiat ne è scosso, continua a produrre lavori per mostre per l’anno successivo, ma è ormai schiavo dei suoi demoni. Nell’agosto del 1988, a soli 27 anni, Basquiat muore di overdose nel suo appartamento.

la mostra al MUDEC – Museo Delle Culture – Milano

La mostra del Mudec di Milano raccoglie più di 140  opere, che ricoprono il periodo dal 1980 al 1987. Provenienti prevalentemente dalla collezione privata di Yosef Mugrabi, le opere sono organizzate secondo sezioni legate ai vari studi dove Basquiat ha lavorato. Dalla strada al periodo modenese e la sua prima personale, al periodo del primo studio a New York, passando per gli studi di Crosby Street e Great Jones Street. Non manca una sezione dedicata alle Collaborations con Warhol, così come un’interessante proiezione video di un’intervista tratta dal documentario The Radiant Child.  Dalla mostra emergono tutta la potenza e la complessità di questo gigante dell’arte contemporanea. Il primo afroamericano a scalare i vertici di tutto il mondo ufficiale dell’arte, un personaggio fuori dagli schemi, a tratti infantile, a tratti esuberante e sofisticato; emergono i suoi mille riferimenti, dalla cultura pop americana, al jazz di Charlie Parker (suo idolo), alla storia “black” haitiana e nordamericana; emergono il non-sense e la sua cultura artistica non convenzionale, ma complessa e stratificata. I colori di Basquiat ti avvolgono e ti rimangono dentro per parecchio: una mostra consigliatissima, un’esperienza multisensoriale, una catapulta verso un limbo psichedelico, magico, colorato, irruente e  complesso quale è l’universo caleidoscopico dell’estetica di Jean- Michel Basquiat. 

MUDEC
Museo delle Culture
via Tortona 56, CAP 20144 Milano
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02 54917  |  info@mudec.it
Alberto Marinelli
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